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Il Milton Model: come rendere le tue conversazioni ipnotiche

Uno degli aspetti più affascinanti della PNL è certamente la capacità di aver codificato l’ipnosi e averla inserita all’interno di un processo conversazionale, attraverso cui è possibile ipnotizzare durante una normale conversazione.

Questa codifica è stata definita Milton Model in onore di Milton Erickson, il padre dell’ipnosi moderna. Infatti, Richard Bandler e John Grinder (i cofondatori della programmazione neuro-linguistca) passarono migliaia di ore ad osservare Erickson a lavoro, modellando le strutture linguistiche che metteva in pratica.

Ma come funziona di preciso il Milton Model?

Prima di rivelartelo voglio raccontarti una storia e questo per un motivo molto semplice: perché forse anche a te piacciono le storie, e magari sei giunto in questo posto proprio per leggerne una. Dunque…

C’era una volta un piccolo villaggio di minatori, sprofondato nell’arida e ostile distesa desertica del Nevada. E c’era una volta una famiglia, di mamma Clara, papà Albert, e gli undici figli, che vivevano in quel villaggio ed erano così poveri che difficilmente potevano dimenticare di ricordare l’ultima volta in cui avevano avuto qualcosa di veramente buono da mangiare. E c’era un bambino, il secondo degli undici figli che, come se non bastasse, in quell’arida e ostile distesa desertica senza ospedali e senza assistenza, era nato dislessico, daltonico, mezzo sordo e con una lista veramente lunga di allergie invalidanti.

In pratica, era incapace di riconoscere e quindi riprodurre i ritmi tipici della musica e delle canzoni, in grado di distinguere chiaramente solo il colore viola, e pieno di problemi che sembravano averlo condannato alla nascita a una vita impossibile e crudele.

Ma quello che non mancava a quella famiglia di mamma Clara, papà Albert e gli undici figli, e a quel bambino dislessico, daltonico e mezzo sordo, erano un indomito spirito di avventura e una smisurata forza di volontà, lo stesso indomito spirito di avventura e la stessa smisurata forza di volontà che anni prima avevano portato papà Albert a salire su un carro da pioniere ed esplorare le terre sconosciute dell’Est, rispondendo al richiamo delle miniere d’argento del Nevada, e affrontando la fame e la sete, i venti e gli stenti, arrangiandosi a trasformare tutto ciò che era a disposizione in tutto quello di cui c’era bisogno.

L’intera famiglia ne eredita curiosità e creatività, soprattutto il secondo degli undici figli, il bambino dislessico, daltonico e mezzo sordo che, come quando la vita ti mette alla prova per vedere fin dove resisti, a diciassette anni viene colpito da una grave forma di poliomelite, che lo lascia paralizzato nel letto della fattoria del Wisconsin dove la famiglia si è nel frattempo trasferita.

Il primo incontro ravvicinato con la morte non abbatte il ragazzo che anzi vive il risveglio dal coma come la prima grande occasione di rinascita della vita. Le difficoltà che la vita gli mette di volta in volta davanti, diventano nuove opportunità per stimolare la sua già spiccata curiosità e creatività. Costretto a letto, inizia a fare giochi con la mente, e si diverte a riconoscere il suono dei passi delle persone che entrano in casa, al punto che diventa capace di capire persino di che umore sia la persona in questione semplicemente dal modo in cui le sue scarpe risuonano sul pavimento.

Un bel giorno capita che mamma Clara, papà Albert e i dieci fratelli si dimenticano di averlo lasciato a casa da solo, inchiodato all’amata e odiata sedia a dondolo. Il ragazzo è al centro della stanza e guarda fuori dalla finestra, desiderando ardentemente di potersi avvicinare almeno per godersi lo spettacolo di quella natura che la malattia gli ha negato. Finché non accade una cosa davvero singolare: la sedia inizia a dondolare leggermente. In altre parole, il fatto di desiderare così intensamente di potersi avvicinare alla finestra, ha prodotto una risposta fisica reale, con un movimento involontario del corpo che ha effettivamente mosso la sedia.

Questa straordinaria scoperta riaccende in lui lindomito spirito di avventura e la smisurata forza di volontà, al punto che nei giorni successivi il ragazzo si guarda per ore la mano, cercando di ricordare la sensazione dei movimenti che avevano potuto compiere prima che la poliomelite lo colpisse. E succede che ancora una volta le dita effettivamente cominciano a muoversi, prima a scatti scoordinati e poi con movimenti sempre più ampi e coscienti.

Nello stesso periodo, la sorellina del ragazzo, che ha appena un anno, sta imparando a camminare. Lui la osserva e con la smisurata forza del pensiero costringe il suo corpo a replicare gli stessi movimenti, finché un bel giorno si accorge che può mettersi in piedi e camminare da solo, semplicemente aiutandosi con delle stampelle.

La rinascita è a quel punto inarrestabile: su consiglio del medico curante, inizia a praticare il canottaggio per irrobustire il fisico, tanto che un giorno si lancia nella folle avventura di percorrere da solo 1200 miglia sul Mississippi, dimostrando un’intelligenza creativa e sviluppando una capacità di resistenza e di adattamento assolutamente fuori dalla norma.

Soprattutto, sviluppa un’incredibile capacità di relazione con le persone che incontra nel viaggio, sollecitando l’aiuto degli altri in tutte quelle situazioni che non può gestire con successo da solo.

I gitanti amano conversare con lui, e sono persino disposti a pagarlo in cambio di piccole attività che il ragazzo si offre di fare, come ad esempio cucinare.

Quando, dopo circa dieci settimane, il viaggio termina, il ragazzo, partito con quattro dollari, ne ha in tasca otto, ha percorso quasi duemila chilometri di fiume, e non ha più bisogno delle stampelle per camminare.

Con la rinnovata fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, l’ex bambino dislessico, daltonico e mezzo sordo, si iscrive e si laurea alla Facoltà di Medicina, specializzandosi in Psichiatria.

Approfondisce gli studi sulla sua esperienza personale e inizia a praticare l’ipnoterapia, portando nella sua nuova professione come psicoterapeuta, la sua capacità di guarire se stesso per guarire i suoi pazienti.

E così, l’ex bambino dislessico, daltonico e mezzo sordo diventa il Milton Erickson che conosciamo noi, padre dell’ipnosi moderna e autore, inconsapevole, del linguaggio volutamente vago che porta il suo nome.

Infatti, il suo lavoro è un tale successo che due giovani grintosi e affamati di successo quali sono Richard Bandler e John Grinder lo convincono a poter assistere alle sue sedute terapeutiche, trascrivendo e codificando in patterns il linguaggio utilizzato coi pazienti, che riferiscono di andare in uno stato di trance ipnotica semplicemente conversando con Milton Erickson.

Ed è proprio dal lavoro di codifica di Bandler e Grinder che viene fuori il Milton Model, il linguaggio volutamente vago utilizzato per trasferire all’interlocutore l’impressione di familiarità, creare rapport e sfruttare generalizzazioni, distorsioni e cancellazioni per persuadere e ipnotizzare.

I patterns codificati del Milton Model sono basati su generalizzazioni, affermazioni ambigue e linguaggio indiretto e permettono di “portare” la persona a guardare dentro di sé e utilizzare la propria immaginazione creativa.

Infatti, con il Milton Model il soggetto entra in uno stato alterato dell’attenzione, in cui la mente conscia è distratta, mentre quella inconscia è maggiormente concentrata sulle parole dell’interlocutore, che vengono interpretate come istruzioni per accedere a nuove risorse e creare nuovi comportamenti.

Tali istruzioni sono volutamente vaghe, in modo che la persona possa scavare in profondità fra le proprie risorse inconsce, favorendo l’immaginazione e la creatività.

I principali Patterns del Milton Model sono:

1) Le Presupposizioni

“Mia cugina si sposa”.

L’interlocutore accetta implicitamente come vero che chi parla abbia una cugina, accetta come vero che esista l’ istituzione del matrimonio e che vi sia una persona che prende in sposa la cugina dell’interlocutore.

“La sedia sulla quale stai per sederti è molto comoda…” 

Il presupposto è che la persona si sieda

2) Cancellazioni semplici

Abbiamo lavorato tanto per voi

Manca il modo in cui hanno lavorato tanto.

3) Mancanza di indice referenziale

“Non mi sopportano”

Chi? Manca l’indice referenziale, cioè chi compie l’azione.

4) Verbi non specificati

“So che imparerai”, “ So che sperimenterai ”

Che cosa imparerai? Che cosa sperimenterai?

5) Nominalizzazioni

Ovvero le parole zainetto, che non hanno un corrispondente oggettivo, per es. l’amore, la curiosità, l’esperienza. Ogni essere umano con quella stessa e identica parole intende concetti simili ma contemporaneamente diversi.

6) Lettura della mente

“So che questa cosa ti fa stare male..”

Ma in realtà non è possibile leggere il pensiero, è quella è solo una distorsione.

7) Uso del NON

L’inconscio non processa il “non”. Deve quindi essere usato sapientemente per rafforzar quei concetti che in apparenza si vogliono negare.

Non hai bisogno di quest’auto, ed è esattamente per questo che la vuoi” recita lo spot della Alfa Romeo Giulia 2016.

8) Citazioni

Utilissime per conferire autorevolezza ma anche per deresponsabilizzare la propria comunicazione, facendo “dire” ad altri quello che in realtà intendiamo comunicare noi. Milton Erickson spesso inventava la storia di qualcuno che aveva proprio lo stesso problema del paziente, e riferiva delle soluzioni che aveva adottato per risolverlo, al fine di stimolare il processo creativo del paziente trattato.

9) Metafore e Storie

Le metafore sono perfette, tra i molteplici usi che hanno, per allucinare realtà future positive, in cui gli obiettivi e i desideri del nostro interlocutore si sono già realizzati. Stesso discorso vale per le storie, come quella che ti ho raccontato poco fa, ideali per insegnare al nostro inconscio che può superare ogni difficoltà, proprio come abbiamo fatto da bambini, senza troppe domande, così come per favorire l’immaginazione e stimolare creatività e fantasia.

E se sei stato attento alla storia che ti ho raccontato, ti sarai accorto che in corsivo ho evidenziato un’altra caratteristica tipica che può essere utilizzata per rendere ipnotica la conversazione. Riesci a capire qual è? Ti do un indizio, anzi due: è una figura retorica, ed è spesso ricorrente nei discorsi dei grandi leader, per esempio Martin Luther King.

Fammi sapere se l’hai indovinata!

Questi sono solo alcune delle forme linguistiche che vengono utilizzate nell’ipnosi. Ciò che è davvero interessante è il modo in cui possono essere usate all’interno di una normale conversazione.

Su di me Roberto Castaldo

Mi presento sono Roberto Castaldo Imprenditore, Business, Corporate e Sport Coach. Sono un consulente aziendale e formatore professionista specializzato nella gestione delle risorse umane.

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